m'arrecorde, di Salvatore Martire
U Vallone Sono nato in una casa a Tursi into "U Vallone" ,in via Masaniello. Questa via comincia a sinistra della via centrale che si chiama via Torquato Tasso,che è la via principale della contrada Vallone. 
Già i miei compagni che abitavano di là, dicevano che loro erano più importanti di noi, perché noi eravamo pochini e loro erano i veri abitanti d'"U Vallone".
La loro strada era una strada centrale con due negozi, tante case, un pozzo,alcune stalle, "i traini", mentre la nostra via era una traversa. Poi ci abitavamo in pochi. La nostra via Masaniello poteva essere lunga al massimo 100 metri. In tutto c'erano tre entrate.
La prima dava in un cortile che se ci entravi andavi a finire sulla piazza delle forge. C'erano tre case. Una era abitata da donna anziana con i capelli sempre bianchi e la mano che gli tremava sempre. Aveva avuto dieci figli e figlie. A tutti aveva dato la roba che si trovava sempre "Au chiene a minnua". Sarebbero i campi o i giardini delle arance. Ha ripetuto tante di quelle volte l'elenco del patrimonio terriero dato ai figli, che adesso con un po' di sforzo sarei capace di ripeterlo anch'io.
Ma lasciamo perdere le terre altrui, anche perché, le terre non mi interessavano. Ci volevano il muli, "i spurtoni" i "trusci" u "capistro", la bieme" e la stalla. Poi raccontavano strane cose sugli animali. I muli tiravano a calci, i ciucci mozzicavano. Mi piacevano soltanto i cavalli. Ma i contadini non ne avevano molti di cavalli, preferivano i muli, cosi quando dovevano andare "fora terra"(all'estero) a vendere "a salme " (circa due quintali di arance), i muli erano i meglio piazzati. I cavalli li portavano gli zingari, io vedevo i cavalli dei cow boys al cinema di Tursi, ma questa è un'altra storia.
Insomma, forse perché mio padre era un falegname e non uno della "terra", forse perché ci si doveva alzare presto al mattino, circa le quattro o le cinque, anche d'inverno e faceva freddo, non amavo tantissimo la campagna.
Poi avevo scoperto che nella casa del mio vicino, la mattina prestissimo, mangiavano "i raschiatelle" (pastasciutta avanzata dalla sera) scaldata al fuoco, quasi sfritta e quell'odore acre di fritto, non mi piaceva. La mattina preferivo dormire un pochino di più e bere il caffè al fumo di Londra che mio padre mi portava nel lettuccio caldo, col materasso di lana e le "muttite" (il piumone di oggi).
Insieme alla vecchietta dai capelli bianchi e dal viso dolcissimo e sempre sorridente, c'erano due figli maschi non ancora sposati. Erano "pullini" cosi dicevano anche se loro erano fidanzati. Il più alto era il più piccolo. Mentre il piccolo di fisico era il figlio grande. Gli altri si erano già sposati. Sotto casa avevano la stalla, con i muli e credo anche qualche asinello. Ma non ci giurerei.
La vecchietta era di una generosità straordinaria. Praticamente era una famiglia di "jardineri" e quindi dal tenore di vita agiato. Non c'era il lusso, ma il vestito di velluto, i generi alimentari e il calzolaio in casa, se lo potevano permettere.
Di fronte casa loro sempre in quel cortile che costituiva il mio vicinato personale, c'era una altra casa con due finestre. Una dava in via Masaniello ed un'altra in via Torquato Tasso. In questa casa c'erano almeno dieci tra figli e figlie, un padre ed una madre. Un figlio, quello grande, quando mi incontra, mi racconta sempre la sua storia e quella della sua famiglia numerosa.
"Eravamo poveri, diceva, ma non ci mancava da mangiare. Mia madre, faceva a cangia l'olio e girava tutto il paese. Poi noi ragazzi di dieci anni, tu eri piccolo ed anche i gemelli (sarebbero i miei fratellini piccolini),
aiutavamo tua madre a portare i " varrii" dell'acqua e tua madre ci dava " i fichi nivre" .
Quando tempe che è passato"
U' Vallone (seconda puntata)
Al lato di questa casa cosi numerosa (sempre in via Masaniello) c'era un'abitazione più piccola, un monolocale come si direbbe oggi e sopra si affacciava la finestra della mia camera da letto. In questo pied a terre, ogni tanto ci veniva una signora, il cui marito era un famoso commerciante di arance originario di Sicilia. Infatti parlava un dialetto diverso dal nostro, con una cadenza quasi musicale. La signora aveva una figlia femmina, molto bella, di poco più piccola di me, forse un anno o forse meno ed alcuni figli maschi più piccoli. Tutti erano cugini veri del mio compagno di scuola Lazzaro II.
Il pomeriggio scendevo le scale ed andavo giù in questo cortile casalingo che tutti chiamavamo " u llario" (luogo all'aperto). Qui la sera ci si riuniva e la nonnina dai capelli bianchi raccontava le storielle e le altre donne cucivano con l'ago e il filo, mentre io "abbabbiavo" come si dice adesso. Poi quando si trattava di raccontare una storiella cosi un pochino "segreta", la vecchina mi intimava di andare a giocare fuori cioè into "U Vallone". Io allora mi allontanavo volentieri, anche perché mia madre non sollevava obiezioni. Soltanto mi raccomandava: "Vieni presto e non sudare troppo".Cosi io andavo in piazza delle forge e di sera con altri compagni del quartiere, giocavamo alla "Muccia". Il nostro capitano di lungo corso era Maurice, un ragazzo più grande di noi, che abitava da quelle parti.
Sulla scala di casa mia, c'era con due gradini più in alto la casa del mio compagno di infanzia Lazzaro I. La sua casa aveva un balcone basso che dava in via Masaniello ed un balcone grande ed alto che dava sulla piazza delle Forge. Loro erano contadini doc, con il mulo doc, u mast doc e gli spirtoni doc.Coltivavano il grano e le arance. Avevano anche loro le terre au "Chiene a Minnua". La sorella grande del mio compagno si sposò presto ed io ricordo soltanto la mostra dei panni di fidanzamento ed il trasporto con i muli infiorati, da via Masaniello fino alla via Roma e su fino al panificio di Mirri. Ricordo che erano almeno cinque i muli e uno era cavalcato dal mio amico Lazzaro I che aveva allora otto anni, mentre io ne avevo sei. Io seguivo il corteo in via Roma e già mi sentivo importante, perché guardavo quei muli belli ed alti con i fiocchi rossi ed i bauli pieni dei panni a "Vind " della sposa promessa.
Quando si sposarono e la cerimonia la fecero nei locali del cinema e mentre mangiavano, un signore si alzò, prese i soldi e disse: " Fratello dello sposo lire millo". Era lo speaker ufficiale e raccoglieva i soldini che parenti e invitati offrivano in dono agli sposi. Io naturalmente non cacciai nessuna lira, anche perché ero piccolo ed avevo i pantaloni corti.
Appena si scendevano le scale di casa mia, subito di fronte c'era una altra scala di pietra, un pochino più alta che portava alle case di "Cumma Antonia".Cumma Antonia veniva da Craco, lo stesso paese dove era nato mio padre e naturalmente parlava il "Crachitano". Mia madre che era la sua amica del cuore, parlava il tursitano doc. Poi c'era una signora, molto bella ed elegante che era addirittura di Modena.
Era sposata con uno del mio quartiere e parlava italiano con l'accento del Nord. Cosi io alla tenera età di dieci anni conoscevo quattro lingue: Il tursitano, il crachitano, il siciliano e naturalmente l'italiano del nord. Se ci mettiamo che capivo benissimo la lingua del "sanapurcello" (vedi alla voce veterinario) che veniva d'inverno dalle Calabrie a dorso di giumenta e parcheggiava alla cantina di via Torquato Tasso (sempre into U' Vallone) e la lingua degli zingari che stazionavano in permanenza con i loro cavalli, io alla scuola media ero quasi un poliglotta.
Ci mancava lo studio del latino, del francese e poi
dell'English per completare l'opera. Di quei tempi poi leggevo i libri di racconti su Mussolini e dintorni, che erano di mio padre. Ma la mia lingua madre era e rimane il mio magnifico tursitano doc, che il grande poeta Albino Pierro ha tradotto in versi, anche se la lingua madre di mia madre, era l'americano. Forse Carosone quando ha scritto la canzone: "Tu vo fa l'americano" pensava a me che mentre leggevo le lettere che lo zio d'America mandava a mio padre ed erano scritte in un italiano - tursitano - americano, sognavo anch'io di andare in America, fare tanto busniss e cantare magari : Only you dei Platters. Tutto questo è successo molto dopo quando sono andato a studiare a Matera e nel corso c'era la scritta di un film naturalmente americano che si proiettava al Duni ed era:"Picnic" ed una macchina con le campane sopra girava per la città e pubblicizzava il film Picnic, che io ho visto molti anni dopo alla tv.
Il mio sogno "americano" l'ho realizzato molti anni dopo con il
basket, ma questa è un'altra storia.Un pochino più sopra alle scale di casa mia, c'era la casa di una signora un pochino più anziana. Davanti alla sua casa, c'era un pisuo, bello largo e lungo. Ci si potevano sedere comodamente quattro persone adulte e se poi qualcuna portava la sedia da casa si arrivava anche a sette persone tutte donne. D'estate, col fazzoletto in testa e la corona in mano recitavano il rosario alla Madonna. Mia madre ci andava ed anche cumma Andonia. Cosi il mio primo approccio alla religione cattolica, prima di Don Antonio, prima ancora delle suore e di don Luigi, l'ho avuto nella strada di via Masaniello una sera di maggio con la luna piena. Nella casa più sopra c'era una famiglia di commercianti di stoffa per i vestiti. Si diceva che alcuni di essi e i loro cugini, erano originari della terra di Bari. Avevano due cugini maschi di cui uno era mio compagno di scuola e si chiamava Michele. Ma lui abitava nel vallone, un pochino più in alto.
Nel Vallone giocavamo alla "muccia" .Qualche volta eravamo un ventina di ragazzi ,tutti delle elementari. C'era Giovanni che poi andò in seminario a Potenza e ci studiò da ottobre a giugno. Quando ritornò accompagnato dal padre con una valigia e un ombrello nero al braccio, c'era tutto il quartiere du Vallone ad aspettarlo. Volevano vedere "U previticchio" vestito di nero e cosi piccolo, che la sottana toccava per terra.Tutti erano affacciati davanti alla porta e quando lui passava, le mamme lo baciavano ed erano commossi. Qualcuna si asciugava gli occhi col "Vantisino" e lui proseguiva la salita fino ad arrivare a casa sua, che sta proprio nel cuore del Vallone, vicino la casa di Mincuccio u cichete e del barese venditore di stoffe padre del mio compagno di scuola Michele, che adesso sta a Noicattaro al paese degli avi paterni.Proprio all'inizio di via Torquato Tasso, c'era una famiglia, molto gentile con figli. Adesso i figli sono tutti all'estero, cioè a Como e dintorni ed uno sta in terra di Taranto e viene a trovare l'antica madre da ottanta anni e passa.
Poi c'era un negozio di pasta e
ferramenta, che insieme a quello del fratello lì vicino, avevano un pochino il monopolio delle vendite del tempo che fù. Ci fecero studiare i figli e qualcuno è diventato anche dottore. Il balcone grande di casa mia dava proprio sulla via del Tasso e quando scrivevo i compiti della seconda elementare, guardavo passare la gente che andava a fare la spesa al negozio. Di fronte al mio balcone c'era una famiglia che era compare di battesimo con mio padre. La madre commara qualche volta veniva a casa mia e loro raccontavano storie da "Vall i Cann" e aiutavano ad insaccare le salciccie.
Tutto al fumo del focolare, mentre io leggevo il libro:"Dagli Appennini alle Ande" che il maestro di quinta mi aveva prestato.Mio padre poi ogni sera commentava le messe e le prediche che dicevano sia il vescovo Quaremba che l'arciprete della cattedrale Don Antonio. Poi parlava delle "pizoche" donne che o non erano sposate o erano vedove ma che andavano alla messa delle cinque la cosidetta prima missa. Poi si metteva a parlare diciamo cosi di teologia spicciola e diceva: ""Se il Paradiso sta in cielo, non dovrebbe cadere a terra? Infatti la forza di gravità della terra, fa cadere tutti gli oggetti che vanno in aria. E allora "gli apparecchi " come fanno a restare in cielo? -dicevo io che avevo la tenera età di otto anni e frequentavo la terza elementare dal mio maestro Cantasano.
E mio padre replicava dicendo che gli aeroplani vanno di corsa nel cielo, ma se si fermano, cadrebbero. In effetti qualche aeroplano cadeva di tanto in tanto, tant'è vero che una volta quando io ero ancora più piccolo, mi dicevano che un aereo era veramente caduto e il pilota si era calato col paracadute ed era atterrato nel canale ed un mio paesano lo aveva acchiappato al volo, se no lui il pilota si sarebbe sfracellato al suolo. Io pensavo invece che sarebbe annegato nel canale oppure si sarebbe bagnato tutti i pantaloni e poi .. per asciugarli? E se il pilota prendeva la bronchite? Cosi quel signore ignoto che aveva salvato il pilota disceso dal cielo era per me un eroe. Allora il paradiso, concludevo io con mio padre, non poteva restare sospeso in aria. C'è voluto lo studio dell'astronomia e i viaggi spaziali americani dalla terra alla luna, per capire in seguito che la forza di gravità della terra si esaurisce molto in alto, più in alto del cielo stesso. Ed allora ho ricominciato a credere anch'io al paradiso.
Nella casa del mio amico Giovanni c'era anche il fratello di cinque anni, che saliva sulla "neca" una sorta di altalena sorretta da funi agganciate al tetto e come un pilota di aerei si dondolava prima a destra, poi a sinistra, in avanti e all'indietro. La partenza veniva data dal fratello Giovanni, poi lui si "annacava" di qua e di là. Io non ci avevo capito niente, forse perché non ero molto interessato al volo aereo, tanto è vero che non sono un paracadutista, anche se poi alcuni anni dopo, alle scuole medie, andavamo a saltare dal tetto di una casa giù in strada. Ma sotto c'era la sabbia che attutiva l'atterraggio, un po' come si fa con la carta scottex. La sera poi avevo le gambe sporche, i calzini e le scarpe tutte imbrattate di terra. Allora mia madre scaldava l'acqua del pozzo, la metteva in una conca ed io in mutande mi lavavo i piedi e le ginocchia.
(continua) by sasha.